Psicologa Psicoterapeuta Cagliari

Natale e solitudine

Nella nostra società le festività natalizie sono dedicate alle riunioni familiari, alle grandi tavolate della vigilia, dei pranzi di Natale e Santo Stefano, occasioni di festeggiamenti in allegria tutti insieme, genitori figli e nonni, cugini e zii. Il Natale, questa  grande festa della famiglia, è anche la festa dell’”amore”, del sentimento d’affetto che ci lega ai nostri cari. Le luminarie colorano le case di luci multicolori e le strenne natalizie, l’albero addobbato e il presepe, concorrono a evocare le emozioni intense e gioiose della riunione con chi amiamo.

Gli esclusi

Ma cosa accade a chi non può accedere pienamente o è escluso da questa lieta ”ritualità”, perché è un genitore separato, un anziano solo, un figlio di genitori in procinto di divorzio?

Situazioni esistenziali sempre più frequenti in una società come la nostra ormai “liquida”, dove la disgregazione dei legami familiari segnala da un lato la difficoltà di molti, singoli e coppie, a salvaguardare le relazioni affettive, a uscire dallo stallo della crisi, e dall’altro il dilagare di una cultura edonistica, consumistica, malgrado la crisi socioeconomica perdurante da più di un decennio.

Se il modello culturale dominante proposto è l’uomo come “monade” isolata, i cui desideri e obiettivi  devono estrinsecarsi in uno spazio siderale, totalmente autoreferenziale (“fai ciò che vuoi”, il resto non conta), nel vuoto dell’assenza della relazione, incontrarsi per riconoscere il Tu oltre l’Io diviene impossibile.

Ciò avviene, ad esempio, quando la relazione con l’altro appare problematica, perchè i bisogni e scopi dell’uno sono diversi da quelli dell’altro, ed è necessario compiere uno sforzo di comprensione empatica e di negoziazione con chi manifesta disagio; quando emerge conflittualità, o malessere psicologico, o di fronte a un proprio caro che evidenzia un decadimento cognitivo o fisico che “intralcerebbe” l’organizzazione e i movimenti dei familiari più giovani, e che richiede quindi un nuovo adattamento  da parte della famiglia.

Queste condizioni esistenziali non sono contemplate nello stereotipo del Natale consumistico, dove i limiti umani, le difficoltà personali, i conflitti relazionali sono banditi. E allora le persone a disagio scoprono che le festività natalizie evocano in loro, per contrasto, sentimenti dolorosi,  dall’insicurezza e l’ansia a  un senso di vuoto, deprivazione,  profonda tristezza e oscurità interiore, e possono sfociare in un sentimento di depressione.

Come è possibile gestire questi stati emotivi così dolorosi per ridurne l’impatto e ricominciare a sperare?

 Come gestire la crisi

Quando la crisi personale emerge nei giorni di festa, importante è tenere persente che l’assenza di sintonia con gli altri,  la rabbia, la delusione, la tristezza che ne conseguono non devono essere giudicate, magari quale conferma di inadeguatezza personale o di colpa, ne è utile cercare un capro espiatorio esterno e sviluppare così sentimenti di rancore e ostilità più o meno intensi, che ulteriormente peggiorerebbero il disagio.

Importante prima di tutto è cercare di avere verso sé stessi un atteggiamento e un sentimento di benevolenza e compassione, volersi bene e accettarsi senza giudizio. Solo in uno stato di accettazione di sé e dei propri bisogni diviene possibile assumere decisioni sintoniche e costruttive. Se e quando le  circostanze lo rendono possibile, conviene tentare di  aprire un canale di comunicazione con i familiari, per far conoscere il malessere che ci causa la loro lontananza, non dando niente per scontato: non è detto che i familiari affettivamente o fisicamente distanti siano consapevoli delle conseguenze del loro modo di agire con noi. Spiegare in dettaglio come ci sentiamo ai nostri cari, evitando accuse e giudizi, consente una comunicazione efficace e incisiva senza indurre reazioni di difesa in loro che bloccherebbero il dialogo. Nel contempo, è importante sottolineare il significato positivo che ha per noi una relazione più stretta con loro, quanto a loro noi teniamo, e quanta gioia ci potrebbe dare la loro vicinanza. In questo modo rinforziamo il ruolo dell’altro, il loro valore ai nostri occhi, e li conduciamo a immaginare la  soddisfazione e l’armonia reciproca che ne deriverebbero.

Quindi il consiglio è sempre di tentare la comunicazione per evitare l’”effetto schermo”, dove l’ altro diviene oggetto delle nostre proiezioni negative. E quanto più tempo ci si concentra in tali ruminazioni solitarie sull’essere rifiutati, più l’immaginazione prende consistenza ed è infine  scambiata per realtà.

E se i nostri familiari si mostrano ostili in risposta alla nostra richiesta di vicinanza e affetto? Aver parlato con loro, aver affermato di fronte all’altro i propri sentimenti e bisogni, determina sempre un miglioramento della nostra autostima e valore personale, che ci aiuta a uscire da sentimenti di depressione e ci mette in condizione di cercare altri con i quali relazionarsi: amici, circoli di aggregazione sociale, eventi in cui è possibile contattare e conoscere nuove persone: tenendo a mente che molti vivono situazioni analoghe alla nostra e sentono il nostro stesso  desiderio di amicizia e condivisione. In ogni caso, certo è che i tentativi di comunicazione con i nostri cari germoglieranno al momento opportuno: gli esseri umani avvertono tutti, quale caratteristica naturale,  il bisogno di costruire relazioni armoniose e  superare la conflittualità, e vivere pienamente le relazioni affettive.

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