Psicologa Psicoterapeuta Esperta Associazione EMDR Italia

Alla ricerca della felicità

Secondo una recente ricerca Eurostat, i popoli del nord Europa (danesi, svedesi e finlandesi) risultano i primi nella classifica sul livello di soddisfazione della propria vita. Seguono i Paesi del Centro Europa, mentre gli italiani risultano penultimi dopo la Spagna e prima dei Greci.

Il grado di felicità valutato dagli italiani raggiunge appena la sufficienza: certo le condizioni materiali di vita, la situazione economica, le relazioni sociali e lo stato di salute sono variabili importanti nel determinare il livello di soddisfazione.

La crisi economica che da numerosi anni l’Italia sta attraversando favorisce nell’opinione pubblica una visione pessimistica riguardo il futuro, determinando in molti un vissuto di tristezza condiviso.

Sia la gioia che la tristezza sono stati che si trasmettono dall’uno all’altro in conseguenza dell’azione dei “neuroni specchio”.

Ricerche di neuroimaging hanno mostrato che le azioni compiute o le emozioni espresse da un esecutore attivano la stessa classe di neuroni – i cosiddetti “neuroni a specchio” – nell’esecutore e nell’osservatore.

Questa struttura neuronale consente di provare empatia (capacità di comprendere stati mentali ed emozioni degli altri). La “partecipazione empatica” è un comportamento bio-sociale, preesistente al linguaggio, che orienta e consolida le relazioni tra individui.

L’uomo è naturalmente portato alla ricerca del benessere e della felicità, anche quando le avversità possono indurre emozioni dolorose di paura, tristezza o stati di disperazione.

Alcune caratteristiche della personalità come la fiducia in sé, l’estroversione, il senso di controllo personale e di padronanza della propria vita concorrono alla sperimentazione della gioia. Essa si può definire un processo emotivo improvviso che si manifesta quando un bisogno è soddisfatto o un desiderio realizzato. Si prova piacere insieme a un senso di sorpresa e a un’attivazione fisiologica gradevole dell’organismo.

Quando la gioia si manifesta spesso e con intensità può instaurarsi un senso generale di appagamento definito felicità. Le persone felici hanno sensazioni corporee positive con minore senso di fatica, maggiore attenzione e concentrazione, maggiore consapevolezza del proprio valore e un sentimento di libertà personale.

Ma cosa bisogna fare per sperimentare la gioia? Importante è la scelta di abbandonare il pensiero pessimistico, che non solo è inutile nel prevedere e padroneggiare le proprie esperienze, ma genera emozioni negative difficili da controllare che offuscano la presa di consapevolezza della complessità dei propri eventi di vita, inducendo sfiducia in sé e nelle relazioni umane che sostengono il benessere individuale.

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2 Commenti
  1. La felicità non è di questa terra, troppi problemi ci assillano, sarebbe meglio trasferirsi in montagna e fare gli eremiti dato che la società non aiuta

  2. Salve Luca, la felicità è uno stato emotivo ovviamente transitorio. Certo, la nostra esistenza nell’ambiente familiare e sociale comporta anche il dovere affrontare nuovi problemi e sfide che via via si presentano. I problemi, come le crisi personali, indicano la necessità e utilità per noi di giungere a un cambiamento più adattativo, a un nuovo equilibrio, quindi a una crescita personale. In quanto esseri umani siamo strutturati proprio per affermarci nel nostro ambiente tramite il superamento dei quesiti che il rapporto con mondo ci pone. Per questo motivo i problemi dovrebbero essere analizzati anche dall’altro lato della medaglia, quali opportunità per il futuro. Nessun evento della nostra vita è solo negativo, anche fosse la morte di una persona cara. Perché se è vero che la relazione con l’altro cessa per sempre, è anche vero che il lutto conduce all’apertura verso nuovi investimenti affettivi, al rilascio di nuove energie, e la persona che non è più fisicamente con noi la “ritroviamo” nella nostra interiorità. Se i problemi appaiono solo quali ostacoli da rifiutare, o li “utilizziamo” per ricavarne definizioni e etichette negative ( o attribuirle agli altri), saremo assorbiti dalle emozioni negative che ne conseguono,e non potremo cogliere le strategie più adatte per affrontarli con successo. La situazione problematica tenderà così a “irrigidirsi” e perdurare nel tempo, apparentemente senza soluzione. E allora ciò che poteva essere fonte di apprendimento diventa un “tormento”, una persecuzione inutile e dannosa, senza alcun significato.Anche nella solitudine i problemi ci seguono e chiedono una risposta: il miglior eremita è colui che affrontandoli trova pace e tale sentimento può portare con sé ovunque, anche restando solo.
    Un caro saluto

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